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Alla Biblioteca Nazionale di Parigi è riemersa una redazione giovanile del "Decameron", molto diversa da quella conosciuta, conservata autografa a Berlino. La scrittura è più "letteraria", il mondo rappresentato meno aderente all'"epopea mercantesca". L'enorme scoperta è di Vittore Branca, il più grande studioso di Boccaccio.
- Massimo Raffaeli
UN CANONE letterario non è, come pensa Harold Bloom, un florilegio o una lista di autori da scampare al naufragio postmoderno sulla punta del terzo millennio; il canone è un modello operativo, un insieme di regole funzionali e relative a una lingua e a una letteratura. Quando a scuola, almeno fino a qualche decennio fa, si faceva riferimento alle tre "corone" (Dante-Petrarca-Boccaccio) issate all'origine della letteratura italiana, si mentiva per smaccata retorica nazionalista. Il canone vigente, lungo almeno tre secoli, dal 1525 alla rivoluzione romantica, l'aveva fissato Pietro Bembo guardando alla purezza latina di Virgilio e Cicerone: quel canone escludeva d'acchito Dante, ritenuto un mostruoso mixage idiomatico, e includeva invece il Petrarca per la poesia e il Boccacio per la prosa. Dante usciva di scena, ormai stampato in provincia (per esempio a Jesi da Federico de' Conti), mentre gli altri due prendevano a circolare nelle lussuose edizioni che venivano inaugurando la cosiddetta galassia Gutemberg.
Ma chi avesse voluto studiarne i testi consultando gli originali sarebbe certo rimasto deluso. Se di Dante non è rimasta nemmeno l'ombra di una firma, a parte il diluvio secolare di copie tarde e di riporto, del Petrarca restava almeno il voluminoso manoscritto del Canzoniere conservato alla Biblioteca Vaticana di Roma, simile a una torta millefoglie su cui la penna del poeta era ritornata disperatamente in almeno cinque o sei fasi della sua vita di lirico squisito e incontentabile.
Sulle carte originali dell'altro capolavoro posto dal Bembo a pietra miliare della prosa italiana, il Decameron, gravava tuttavia quella che i filologi chiamano con sinistro eufemismo la croce della disperazione, finalmente rimossa nell'immediato dopoguerra da un giovane filologo italiano, Vittore Branca, destinato a divenire il massimo specialista dello scrittore di Certaldo, che rinvenì si può dire tra le macerie della StaatsBibliothek di Berlino, il leggendario autografo "Hamilton 90", su cui sono state condotte le edizioni successive, specie quella dei Classici Mondadori annotata da Branca stesso esattamente nel 1976. Non si trattava di tutto il Decameron ma era già un Decameron di struttura complessiva e lezione letterale affidabilissime; era il Boccaccio-par-lui-même, scritto da se medesimo, sogno di generazioni di filologi, ma era forse ed esclusivamente il Boccaccio terminale, quello che Branca, nel saggio più noto, definisce Boccaccio medievale, utilizzando nel titolo un aggettivo paradossale rispetto alla consueta etichetta di autore pre-umanista: è l'uomo che si volge all'indietro, in un clima da autunno del medioevo, guardando con serena contemplazione a un mondo che muore nel suo occiduo splendore, chiuso per sempre dentro una cornice (dieci giornate per cento novelle nei giorni della "peste nera" a Firenze del 1348) che sembra riadattare il profilo dantesco della commedia divina nel grandangolo, gremito di corpi e presenze concrete, della commedia umana.
Questa la vulgata del Boccaccio, questo tuttora il senso comune delle pagine aperte sui banchi di scuola. Da ieri non è più così, e i conti col Boccaccio dovranno almeno in parte essere rifatti, di nuovo grazie a Vittore Branca che, al culmine di un percorso già luminoso, ha dato uno dei colpi di coda tipici degli studiosi di gran razza. Una redazione giovanile del Decameron e diciotto disegni illustrativi autografi sono stati appena autenticati da lui e da Grazia Ciardi Duprè, esperta dei disegni d'epoca e dello scrittore fiorentino in particolare. L'annuncio è contenuto in una relazione all'Accademia dei Lincei, e prelude alla pubblicazione di un denso studio di taglio linguistico-stilistico che uscirà nel numero di aprile della rivista "Studi sul Boccaccio" (Le Lettere). Tale prima redazione, composta da un Boccaccio non ancora quarantenne (dunque a pochissimi anni dalla "peste nera") è contenuta nel codice "Parigino Italiano 482" conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi e steso da Giovanni Capponi negli anni precedenti il 1560: si tratterebbe dunque di un apografo, cioè una copia tratta da un manoscritto autografo. Caso parallelo, nell'antica letteratura italiana, alle tre stesure autografe dell'Orlando furioso che costituirono il vero banco di prova della prima grammatica del Bembo.
Branca, analizzando l'intero corpo dei codici boccacciani, aveva intuito da tempo che, dalla lingua e dallo stile, se ne potevano dedurre due differenti redazioni. La prima, quella di mano del Capponi, è - secondo la comunicazione dello studioso - più impostata, con qualche ridondanza e alcuni smottamenti narrativi (si tratterebbe dell'opera di un giovane letterato attento al bello scrivere); d'altro lato, la versione berlinese, più tarda, oltre che più compatta è anche più disinvolta nell'espressione con ricorso frequente a inserti dialettali e generalmente idiomatici.
Non leggeremo dunque un Boccaccio diverso ma senz'altro un Boccaccio differente, ormai percettibile nella terza dimensione (prospettica, dislocata nel tempo) che solo redazioni distanziate e relativa critica delle varianti possono garantire. In questo che ha tutta l'aria d'essere un Ur-Decameron, cioè il primo condensato organico dell'opera della sua vita, se non avremo un Boccaccio meno medievale, avremo certo uno scrittore meno borghese, meno persuaso dei valori (l'intelligenza, l'astuzia, la destrezza operativa, il cavarsela con rispetto di sé e degli altri) che la borghesia sua contemporanea dei mercati e dei Comuni veniva intanto istituendo nel codice di una nuova aristocrazia borghese. Assecondato dalla docile penna di un amico, il prosatore somiglierà piuttosto alla propria silhouette più giovanile: prima che di Firenze, penderà dalla parte di Napoli, la capitale degli Angiò dove il borghesissimo padre l'aveva mandato ragazzo a fare il cambiavalute e dove lui, scansando le filiali dei Peruzzi e dei Bardi, s'era innamorato dell'"altro" Medioevo, non quello laico della moneta, bensì del sogno provenzale e cortese, intessuto di amori casti, delle intatte promesse di esistenza che solo il ritorno a Firenze (colle cataste di corpi ulcerati dalla peste di cui aveva letto in Tucidide) saprà definitivamente squarciare. E' il mondo di Filocolo e Filostrato, dell'Elegia di Madonna Fiammetta, citate in ogni manuale ma che nessuno ha mai potuto leggere. Il primo getto del Decameron sta forse dalla parte di quel mondo incantato e deliberatamente non adulto, preborghese. Poco più avanti, sotto la penna di Giovanni Capponi, oggi scampato all'oblìo grazie a Vittore Branca, si conclude certo il romanzo di formazione di Giovanni Boccaccio.
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