 |
 |
Nonostante l'opinione di alcuni che il capolavoro di Boccaccio sia difficile da capire, la maggior parte delle difficoltà incontrate dal lettore moderno si deve semplicemente al fatto che parecchie regole linguistiche si sono trasformate nel corso degli ultimi 650 anni. In altre parole, non scriviamo più come una volta. Non appena ci si sarà abituati alle norme della grammatica trecentesca, molti impedimenti alla comprensione spariranno. Si presenta qui sotto uno schema, diviso in quattro campi linguistici, delle modifiche storiche che hanno reso una prima lettura del testo a volte malagevole. In breve, si risponde alla domanda "Quali sono i cambiamenti accaduti nel corso dei secoli che ci presentano problemi"?
- Si è diminuita la diffusione di allotropia verbale, cioè si sono regolarizzate alcune terminazioni verbali. Questo processo si è verificato soprattutto nella prima persona singolare (e.g. io era / io ero; io amava / io amavo; veggo / veggio / vedo) e terza persona singolare e plurale (e.g. bee / beve; sieno / siano; veggono / veggiono / vedono).
N.B. Ci sono innumerevoli altri esempi, tra cui: morieno / morivano; sarieno / sarebbero; rimanean / rimanevano; ponieno / ponevano; aveono / avevano. Nonostante ciò, sono tutti facilmente riconoscibili dopo un po' di pratica.
- Si sono ridotti i suffissi in -anza. fidanza 'fiducia'; prestanza 'prestito.'
- Si sono ridotti i suffissi in -mento. salvamento 'salvezza'; cominciamento 'inizio.'
- Si sono ridotti i prefissi in dis-. disparve 'sparì'; discoperto 'scoperto.'
- Si è ridotto l'uso della i epentetica (e spesso della i del prefisso is- che deriva dal latino ex-) e, per contagio, è sparita la i iniziale di molte parole latine che cominciavano per hi-, nonché di qualche parola derivata da altre lingue (e.g. ismarrire [dal antico francese esmarrir] 'smarrire'); istare 'stare'; isposare 'sposare' / ispiacevole 'spiacevole'; ispendere 'spendere' / istoria 'storia; Ispagna 'Spagna'.
- Si è aumentato la facilità di creazione di nuove parole composte da un verbo e un sostantivo (attaccapanni, lavastoviglie, ecc.). Le poche combinazioni trecentesche di questo genere si riferivano di solito a persone e si utilizzavano in modo comico o con una connotazione negativa (e.g. tagliaborse).
- Si sono regolarizzati alcuni fonemi che erano ancora in uno stato di oscillazione (e.g. scovrire/scoprire; cognoscere/conoscere).
- Il significato di alcune parole non è più uguale a quello medievale. Un ottimo esempio è la parola però, la quale corrispondeva sia a ma, sia a perciò. Notare anche che però che vuol dire perché.
- Si è modificata la sistemazione dei pronomi. I linguisti si riferiscono all'uso medievale di attaccare i pronomi (cioè l'enclisi) dove ora non è più possibile come la legge Tobler-Mussafia. Secondo questo principio, un pronome atono era quasi obbligatoriamente enclitico nei seguenti casi:
i. all'inizio di un periodo:
"Risposele adunque il re, più nella mente che nel viso o che nelle parole turbato…"
ii. dopo la congiunzione e:
"...non ci ha mandato candela niuna, ed emmi convenuto mangiare al buio."
iii. all'inizio della reggente quando questa segue una frase subordinata:
"Quando la giovane il vide, presso fu che di letizia non morì, e non potendosene tenere, subitamente con le braccia aperte gli corse al collo e abbracciollo."
- Si sono standardizzate le forme dei pronomi di oggetto diretto e indiretto.
Es. "e come il videro, maravigliandosi forte, il domandarono chi del pozzo l'avesse tratto."
- Si è modificato l'ordine dei costituenti. Nel fiorentino antico la successione dei pronomi atoni in combinazione con i pronomi di oggetti diretto e con ne era spesso inversa rispetto a quella dell'italiano moderno.
Es. "...pianamente levatosi se n'andò al letticello dove la giovane amata da lui si giaceva, e miselesi a giacere allato."
- È diventata più rara la cosiddetta "risalita" del pronome atono.
Es. "Egli la venne a annunziare in Nazarette" = "venne ad annunziarla"
- Non si usa più il pronome egli (o e' in forma troncata) per soggetti impersonali.
Es. "Ohimè, Gianni mio, or non sai tu quello ch'egli è?"
- Si è diminuita la tendenza (di origine latina) di collocare il verbo alla fine del periodo.
"E sì come la estremità della allegrezza il dolore occupa, così le miserie da sopravegnente letizia sono terminate."
- Si è diminuita la tendenza (anche questa di origine latina) di spezzare il nesso "ausiliare + participio" e quello "verbo servile + infinito."
Es. "...fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l'entrarvi dentro."
"Cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare."
- Si è regolarizzato l'accordo del participio passato con il verbo e il verbo con il soggetto.
"Aveva la luna, essendo nel mezzo del cielo, perduti i raggi suoi..."
"Questa liberalità d'Aldobrandino piacque molto ai fratelli di Tedaldo, e a ciascuno uomo e donna che quivi era."
- Non si usa più il condizionale nel discorso indiretto.
Es. "disse che egli il sicurerebbe della mercatantia la quale aveva in dogana."
- Il trapassato remoto non indica più il compiersi immediato di un'azione.
Es. "La giovane cominciò la sua medicina, e in brieve anzi il termine l'ebbe condotto a sanità."
- È quasi sparito l'uso della paraipotassi, cioè la tendenza di inserire prima di una subordinata parole come sì ed e che per il lettore moderno non sembrano avere nessun significato preciso.
Es. "Poiché voi di questo mi fate sicuro, e io il vi dirò."
"Oh! gli uomini bestemmiano tutto 'l giorno Iddio, e sì perdona egli volentieri a chi si pente d'averlo bestemmiato."
- Non si usa più l' "accusativo con l'infinito", una costruzione grammaticale ripescata dagli autori latini.
Es. "Morbide donne, niun con ragione dirà messer Gentile non aver magnificamente operato."
- Si è diminuita la tendenza di usare un participio passato secondo le norme dell' "ablativo assoluto" del latino.
Es. "Il quale, udendo la sua donna a lui esser venuta, si maravigliò forte, e levatosi e fatto il nigromante chiamare, gli disse..."
- Non si usa più il gerundio per espressioni di percezione.
Es. "la figliuola di Bernardo, il cui nome era Lisa, da una finestra dove ella era con altre donne, il vide correndo." = lo vide correre
- A differenza di Boccaccio, usiamo più spesso la forma participiale di un verbo per derivarne un aggettivo (tranne che in rari casi di fossilizzazione linguistica, come "la pistola è carica").
Es. "Dico, - disse Gianni - ch'e' pare che l'uscio nostro sia tocco."
- Nel Decameron c'è un netto divario tra il tessuto narrativo e il parlato, specialmente quando parlano persone di condizione non elevata. Nel parlato troviamo be' 'bene', te' 'tieni', impollomi 'imponimi' e così via.
- Ci sono anche frequenti espressioni tipicamente toscane. E.g. fo 'faccio', vo' 'voglio', vo 'vado', me' 'meglio.'
- L'ortografia, una convenzione di origini relativamente moderne, non era ancora stata standardizzata nel Trecento. Perciò, si vedono spesso forme separate quali sì fatto, 'siffatto' e più tosto, 'piuttosto.' Inoltre, si nota ancora nell'opera l'allotropia grafica, cioè un'oscillazione di forme ortografiche. Sebbene sia il compito di ogni curatore scegliere le variazioni appropriate secondo i testi a sua disposizione, non è infine possibile imporre le nostre idee concernenti i vantaggi inerenti nella standardizzazione su testi antichi. E.g. oppinione / opinione, ninferno / inferno, ecc. Altre parole sono quasi sempre scritte nello stesso modo nel Decameron, anche se la forma moderna è diversa. E.g. romore 'rumore.'
- Molte congiunzioni del Decameron non sono più usate, tra cui: come che 'benché'; quantunque 'per quanto' (derivata analogamente dall'avverbio quanto, come ad esempio le forme moderne dovunque o chiunque), ancora che 'benché'; con ciò fosse cosa che 'benché'; con ciò sia cosa che 'benché'; per ciò che 'siccome' o 'perciò'; secondo che 'secondo quello che'; acciò che 'affinché'; con tutto che 'nonostante.'
Bartoli Langeli, Attilio. La scrittura dell'italiano. Bologna: Il Mulino, 2000.
Coletti,Vittorio. Storia dell'italiano letterario. Torino: Einaudi, 1993.
Dardano, Maurizio. Manualetto di linguistica italiana. Bologna: Zanichelli, 1996.
Devoto, Giacomo. Il linguaggio d'Italia. Milano: Rizzoli, 1974.
Durante, Marcello. Dal latino all'italiano moderno. Bologna: Zanichelli, 1981.
Meyer-Lübke, Wilhelm. Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti toscani. Torino: Loescher, 1955.
Migliorini, Bruno. Storia della lingua italiana. Firenze: Sansoni, 1961.
Rohlfs, Gerhard. Historische Grammatik der Italienischen Sprache un ihrer Mundarten. Bern: 1949-1954.
Segre, Cesare. Lingua, stile e società. Milano: Feltrinelli, 1963.
(M.P.)
|