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Heliotropia 2.1 (2004)

Hagedorn, Suzanne C. Abandoned Women. Rewriting the Classics in Dante, Boccaccio & Chaucer. Ann Arbor: The University of Michigan Press, 2003. Pp. 220.
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Suzanne Hagedorn analizza la rappresentazione delle donne “abbandonate” da parte di Dante, Boccaccio e Chaucer, autori che hanno ripensato e reinterpretato alcune figure femminili di classica memoria, in particolare le eroine di Virgilio, Ovidio e Stazio. Instabili e dalla psicologia complessa, tali donne possiedono un “polysemous potential” (15) che non deve essere sottovalutato.

Il primo capitolo, “Ovid’s Heroides and the Latin Middle Ages,” riguarda la tradizione critica ed i commenti associati con le Heroides di Ovidio, testo classico di partenza per i medievali in cerca di ispirazione a proposito di donne abbandonate. Un esame di approcci critici moderni introduce alla considerazione del testo ovidiano, letto dagli autori medievali attraverso il filtro di glosse e di commenti tendenti ad offrire un’interpretazione di natura spesso moraleggiante. I commenti medievali alle Heroides fornivano un “mythological background necessary for the basic understanding of the situation of Ovid’s individual heroines” (27–8), ma anche una sorta di cornice interpretativa. Nel medioevo infatti le Heroides erano lette anzitutto come un’opera didattica. Le poesie di Ovidio, anche quelle d’amore, venivano interpretate alla luce della sobrietà e dell’acutezza morale dell’Ovidius ethicus, ossia quell’Ovidio il cui scopo sarebbe stato quello di distinguere tra buono e cattivo amore, al fine di raccomandare il primo e rimproverare il secondo. In sostanza, “Ovid the praeceptor amoris becomes Ovid the bonorum morum — the jocular instructor of love has, perhaps to the surprise of some modern readers, metamorphosed into a sober tutor of morals” (29). D’altra parte, alcuni commentatori hanno letto le Heroides come un manuale circa la scrittura di lettere d’amore. Il capitolo si conclude con la lettura di un’epistola anonima dell’undicesimo secolo, “Deidamia Achilli,” composta sulla base delle Heroides di Ovidio e dell’Achilleide di Stazio. In essa si nota la conoscenza della tradizione moraleggiante dei commenti medievali, come anche la coscienza della tradizione genealogica ovidiana.

Concluso il primo capitolo, Hagedorn affronta il principale progetto interpretativo dello studio, ossia ella prende in considerazione i modi in cui Dante, Boccaccio e Chaucer hanno trasformato e reinterpretato storie classiche di donne abbandonate, rendendole nelle proprie lingue native.

Il secondo capitolo, “Statius’s Achilleid and Dante’s Canto of Ulysses,” legge il canto dantesco dedicato ad Ulisse (Inferno 26) alla luce dell’Achilleide di Stazio, in particolare della seduzione di Deidamia da parte di Achille e del successivo abbandono di lei dovuto alla persuasione retorica di Ulisse. Dopo avere esaminato la relazione tra due donne abbandonate, Deidamia e Penelope, l’autrice ritiene che la storia di Deidamia — che rimane pur sempre sullo sfondo della vicenda principale di Penelope — metta in evidenza il carattere duplice e l’assenza di contenuti della retorica di Ulisse. Come nel caso dell’epistola anonima “Deidamia Achilli,” Dante allude a donne abbandonate di memoria ovidiana e staziana, e così facendo egli metterebbe in questione l’eroismo dei protagonisti maschili. Infatti, in Inferno 26 non si trova alcuna allusione al dolore di Penelope e della famiglia di Ulisse. L’eroe non vede, non considera e non narra la sofferenza altrui, quasi fosse diméntico dei propri obblighi domestici. Dante tuttavia trasforma il tono epico dei poemi classici utilizzando una tonalità comica, mettendo implicitamente in questione “the price of epic adventure” (68). Dante riesce a rendere i lettori sospettosi nei confronti di Ulisse attraverso le allusioni all’Achillede, un testo che “exposes Ulysses’ high-sounding rhetoric as a tactic for gaining his own ends rather than the common good” (68).

Il terzo capitolo, “Boccaccio’s Teseo, Chaucer’s Theseus,” spiega come la storia di Arianna stia sullo sfondo sia della Teseida di Boccaccio sia del “Racconto del Cavaliere” di Chaucer. Nella Teseida, la reputazione di Teseo come seduttore di donne emerge ai margini del testo come una sorta di glossa da parte di Boccaccio, mentre Chaucer, menzionando esplicitamente il racconto dell’impresa di Teseo nel labirinto di Cnosso — ossia l’uccisione del Minotauro — rimanda a due altre opere, La casa di Fama e La leggenda delle buone donne. In esse, Teseo persuade Arianna e Fedra ad aiutarlo per poi concludere l’avventura abbandonando Arianna al proprio destino. Teseo appare dunque come un personaggio duplice, e non è il solo. Chaucer crea un’altra figura di un eroe che maltratta le donne, ossia Arcite. Infatti, in Anelinda e Arcite, opera centrata attorno a “doubleness and duplicity” (99), egli narra la vicenda dell’abbandono della regina d’Armenia da parte del cavaliere tebano Arcite. Si tratta di una sorta di genealogia dell’abbandono che rimanda alla coppia ovidiana di padre e figlio, ossia Teseo e Demofonte, i quali, secondo la narrazione delle Heroides, abbandonano sia Arianna sia Fillis.

Nel quarto capitolo, “Abandoned Women and the Dynamics of Reader Response,” l’attenzione dell’autrice si concentra su due opere scritte da Boccaccio dopo la Teseida, ossia l’Amorosa Visione e l’Elegia di Madonna Fiammetta. In entrambi i lavori la rappresentazione simpatetica delle donne abbandonate rende testimonianza del debito di Boccaccio nei confronti delle Heroides: “These poems even more clearly dramatize Boccaccio’s interest in and sympathetic engagement with figures of abandoned women” (103). D’altra parte, l’interesse per il punto di vista delle donne suggerisce che il ritratto ambiguo di Teseo nella Teseida emergerebbe dalla consapevolezza di come Arianna, Ippolita o Emilia potrebbero avere giudicato l’eroe ateniese e le sue imprese: “The narrator sees heroic narratives from the point of view of the women who have been left behind and left out. Such experimentation with alternative viewpoints in these later works may help explain the Teseida’s ambiguous portrait of Teseo” (103). La relazione istituita tra Teseo, Arianna e Fedra mostra che Boccaccio conosceva bene la travagliata storia amorosa dell’eroe ateniese e voleva che anche i suoi lettori ne fossero al corrente. In questo senso, “Boccaccio explores the issue of how readers respond to and identify with stories of female abandonment” (104).

Il quinto capitolo, “Chaucer’s Troilus and Cryseide” analizza l’utilizzo delle Heroides in Troiolo e Criseida e nel Filostrato di Boccaccio. Entrambe le opere rendono omaggio al modello ovidiano della lettera d’amore. Materia epica ed elegia erotica si mescolano. Nelle Heroides, Ovidio aveva presentato una sorta di anti-epica, raccontando la storia della guerra troiana attraverso la lente delle sofferenze amorose di Penelope e di altre donne abbandonate: “Boccaccio and Chaucer similarly choose to filter their version of the matter of Troy through the lens of the disastrous love affair of Troiolo and Criseida, Troilus and Criseyde” (131).

Nell’ultimo capitolo, “Chaucer’s Heroides,” viene presa in considerazione la lettura ironica di un catalogo di donne abbandonate da parte di Chaucer nella Leggenda delle buone donne.

Chaucer, come Ovidio, incorpora diversi registri e modi stilistici mentre narra storie classiche di donne abbandonate. La varietà linguistica utilizzata dal narratore rappresenta una sfida nei confronti delle rigide convenzioni dell’estetica cortese. Il capitolo si conclude con una discussione a proposito della Leggenda di Didone. La strategia retorica della Leggenda delle buone donne e della Leggenda di Didone implica un fatto: “The story that the narrator tells is not the last word… By showing us the interpretive deficiencies of the god of love and leaving us in the hands of an unreliable narrator… Chaucer tries to retrain us, his readers, to think for ourselves” (185–86).

Lo studio di Suzanne Hagedorn, iniziato nella forma di una dissertazione a Cornell University, si configura come un percorso testuale, in un continuo dialogo tra l’antichità classica — in particolare Ovidio, Virgilio e Stazio — ed il medioevo. Un tale confronto consente di comprendere come il topos delle donne abbandonate sia stato più volte raccontato, trasformato, imitato, fino a giungere all’uso creativo del tema in Dante, Boccaccio e Chaucer. Si nota una conoscenza approfondita dei testi, appropriatamente citati nel corso della narrazione, come anche l’utilizzo delle dottrine teorico-estetiche di autori quali Bakhtin, Umberto Eco, ed altri.

“Rewriting the Classics in Dante, Boccaccio, and Chaucer”: questo è il tema che l’autrice si è proposta di indagare, ed esso è anche il sottotitolo dell’intero libro. Naturalmente si tratta di un campo molto vasto, con il risultato che, nel complesso del libro, Dante è in posizione minoritaria, mentre Chaucer assume chiaramente un ruolo di primo piano. Se ne può capire la ragione, dato che Hagedorn stessa spiega di avere deciso di intraprendere un tale studio in parte a causa dell’influenza di uno dei suoi maestri, Winthrop Wetherbee, “whose intertextual approach to Chaucer and classical erudition,” ella spiega, “has stimulated and influenced my own thinking in graduate school and beyond” (vii). Nonostante ciò, mi sembra che lo studio nel suo insieme sia di un certo interesse, soprattutto per gli studiosi che si occupano dell’assimilazione di testi classici da parte dei poeti medievali, come anche per comparatisti ed esperti di studi di genere.

diego fasolini

gettysburg college



Date of access:
<http://www.brown.edu/Departments/Italian_Studies/heliotropia/02-01/fasolini.shtml>