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Heliotropia 3.1-2 (2005-6)

Intertestualità tra Decameron e De mulieribus claris: La tragica storia di Tisbe e Piramo
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Già nel 1877, Attilio Hortis, il primo ad analizzare attentamente il De mulieribus claris, riconosceva come, tra il Boccaccio novelliere e il Boccaccio moralista, la distanza fosse solo apparente. Egli afferma che nel De mulieribus, un'opera "tanto seria, tanto morale, quando il Boccaccio lascia da banda le sue affettate considerazioni morali, egli è sempre lui" (12). Sin dal principio dell'opera sulle donne, infatti, nella Dedica ad Andreuola Acciaiuoli, l'autore esprime il suo intento non solo di istruire, ma anche di allietare la sua lettrice, unendo l'utile al dilettevole, secondo i dettami oraziani1:

Et, si michi aliquid creditura es, aliquando legas suadeo; suis quippe suffragiis tuis blanditur ociis, dum feminea virtute et historiarum lepiditate letaberis. Nec incassum, arbitror, agitabitur lectio si, facinorum preteritarum mulierum emula, egregium animum tuum concitabis in melium.

E Ti invito a leggere di tanto in tanto questo libretto, se in me vorrai porre qualche fiducia. Coi suoi giudizi esso Ti blandirà nell'ozio, mentre sarai allietata dalla virtù delle donne e dalla lepidezza delle storie. La lettura non sarà, credo, inutile, se, emulando le imprese delle donne del passato, volgerai l'animo Tuo, già così distinto, a cose migliori. (De mul. Ded. 7-8)

L'arte affabulatrice di Boccaccio non viene pertanto meno nel De mulieribus. Infatti, essa risponde non solo ai precetti oraziani, ma anche a motivi più pratici e concreti. Il Certaldese rivolge la sua opera alle lettrici, poco avvezze alla letteratura storiografica: l'intenzione di narrare in modo più esteso fa sì che le donne possano, oltre che istruirsi, anche trarre piacere dalle biografie.2

Il proposito di miscere utile dulci viene espresso, com'è noto, anche nel Proemio del Decameron, in cui si legge: "delle quali [novelle] le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: [...]" (Dec. Proemio 14). Come osserva Lucia Battaglia Ricci, infatti, nell'opera sulle donne ritornano "motivi e atteggiamenti già osservati all'altezza del Decameron: il libro è dedicato ad una donna, [...]. Torna il tema del libro che consola la donna, o l'amico, 'oziosi.' Torna" — come si è già detto — "l'idea di un raccontare che allieta con la piacevolezza delle storie e al contempo offre utili insegnamenti, e l'idea che la lettura potrà essere non disutile se offrirà modelli di comportamento (Ded. 7-8): [...]. E torna l'idea che, anche se il libro contiene pagine lascive, la lettrice potrà scegliere e, come farebbe in un giardino, cogliere con le candide mani le rose, evitando le spine [...]" (218-19). Inoltre, sia nella dedica ad Andreola Acciaiuoli, come pure nel Proemio del Decameron, l'istruzione passa attraverso l'emulazione e l'imitazione da parte delle lettrici di ciò che è "da seguitare."

Partendo da queste linee di principio, ravvisate rispettivamente nella dedica e nel proemio alle opere qui prese in considerazione, si vorrebbe cercare di mettere a confronto il De mulieribus e il Decameron proprio in quelle parti che toccano il dulcis oraziano, ovvero la capacità di allietare con le parole: cioè la narrazione.

Ancora l'Hortis, avendo in mente le parole della dedica ad Andreola, affermava che al diletto si giunge in molti modi: "e col racconto 'copioso,' particolareggiato d'avvenimenti che destano la curiosità de' lettori, e col racconto di fatti che mettono l'animo in commozione, della quale ben sapeva il Boccaccio, ch'erano particolarmente vaghe le 'sue care donne'" (13). Aggiungendo subito dopo che "fra le donne famose merita certamente di essere ricordata l'infelice Tisbe; e il Boccaccio ne racconta la lagrimosa storia" (13). Quindi, già alla fine del diciannovesimo secolo, l'Hortis additava la biografia di Tisbe come uno dei momenti più piacevoli dell'opera.

La storia dell'infelice amore di Tisbe e Piramo di origine ovidiana (Met. IV.55-166), è senza dubbio alla base del capitolo XIII del De mulieribus claris, come si evince dagli stretti riferimenti testuali segnalati da Zaccaria, curatore dell'opera per Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, edita da Mondadori. Il critico, inoltre, intravede per la biografia di Tisbe relazioni con il Decameron: "la digressione sulla tolleranza verso l'amor giovanile, voluto da natura per assicurare il mantenimento della specie, riporta a certo lassismo del Decameron" (493 n1).

Tale digressione, infatti, fa riemergere un tema caro a Boccaccio, un tema che l'autore affronta in diverse opere: il comportamento da tenere, da parte dei genitori, nei confronti di figli travolti dalla passione amorosa. Nell'Amorosa visione e nel Filocolo si trovano delle affermazioni sulla fatalità dell'amore e, contemporaneamente, sull'incapacità dei genitori di contrastare utilmente tale sentimento radicato, ormai indissolubilmente, nei cuori dei propri figli. In entrambe le opere, e proprio in tale contesto poi, ci sono dei riferimenti espliciti alla favola classica di Tisbe.3

Per la prima volta nel De mulieribus claris, Boccaccio, quasi come un precettore, consiglia i genitori sulla condotta da tenere verso gli inesperti figli che si imbattono in questo "peccato" dell'età giovanile: l'amore. Così, terminata la storia di Piramo e Tisbe, il narratore, moraleggiando, afferma compassionevole che il giusto atteggiamento parentale sarebbe quello di frenare gli impeti giovanili a poco a poco, gradatamente, evitando di creare ostacoli e impedimenti ai giovinetti; tali ostacoli, infatti, non farebbero altro che esasperare le fiamme amorose fino poi a portare esiti luttuosi:

Quis non compatietur iuvenibus? Quis tam infelici exitui lacrimulam saltem unam non concedet? Saxeus erit. Amarunt pueri: non enim ob hoc infortunium meruere cruentum. Florentis etatis amor crimen est, nec horrendum solutis crimen; in coniugium ire poterat. Peccavit fors pessima et forsan miseri peccavere parentes. Sensim quippe frenandi sunt iuvenum impetus, ne, dum repentino obice illis obsistere volumus, desperantes in precipitium inpellamus. Immoderati vigoris est cupidinis passio et adolescentium fere pestis et comune flagitium, in quibus edepol patienti animo tolleranda est, quoniam sic rerum volente natura fit, ut scilicet dum etate valemus, ultro inclinemur in prolem, ne humanum genus in defectum corruat, si coitus differantur in senium.

Chi non proverà pietà per la sorte dei due giovanetti? Chi non verserà almeno una lacrimetta per così tragico destino? Chi la negasse, avrebbe il cuore di pietra. I giovanetti, è vero, si amarono: ma non per questo meritarono morte cruenta. L'amore è un peccato dell'età giovanile, ma non detestabile, almeno per coloro che sono liberi da altri vincoli; e il loro avrebbe potuto sboccare nel matrimonio. Il vero peccato fu quello del perfido destino e forse dei loro disgraziati genitori. È vero che bisogna frenare gli impulsi dei giovinetti, ma gradatamente, per non spingerli disperati al precipizio, proprio mentre si cerca di resistere con improvvisi ostacoli al loro amore. La passione dei sensi è per se stessa smodata ed è un malanno e quasi peste comune a tutti i giovani. Ma bisogna proprio in essi saperla tollerare con pazienza. La natura stessa vuole che, fin che siamo giovani, sentiamo spontaneo lo stimolo a procreare; in modo che la stirpe umana non si estingua, se i congiungimenti carnali siano differiti al tempo della vecchiaia. (De mul. XIII.12-14)

In realtà, nella favola ovidiana fonte del capitolo su Tisbe, non è presente nessun commento sull'atteggiamento dei genitori, né sul loro dolore. Si dice solo che i padri proibirono le nozze dei giovinetti ("Taede quoque iure coissent, / sed vetuere patres," Met. IV.60-61) e che infine la preghiera della morente Tisbe, cioè di essere almeno sepolta con il suo amato, commosse i genitori ("Vota tamen tetigere deos, tetigere parentes," Met. IV.164) e fu esaudita.

Nel Boccaccio è invece chiara la propensione a compiangere il dolore e a biasimare l'inconsistenza di comportamento dei genitori, che diventano loro malgrado gli antagonisti della storia d'amore dei propri figli, rendendosi di conseguenza fautori involontari della loro morte. Come si è già visto in nota, tali commenti sono presenti in altre opere boccacciane: nell'Amorosa visione e nel Filocolo (II.9) - in cui, in effetti, la tematica esplode raggiungendo il suo massimo sviluppo. Nello stesso ambito tematico possiamo includere anche la novella di Girolamo e Salvestra, in cui una madre, come si legge nella rubrica, "credendo dello innamorato cuore trarre amore, il quale forse v'avevano messo le stelle, pervenne a cacciare ad una ora amore e l'anima del corpo al figliuolo."

Con queste parole, Neifile introduce la novella:

— Alcuni al mio giudicio, valorose donne, sono, li quali piú che l'altre genti si credon sapere, e sanno meno; e per questo non solamente a' consigli degli uomini, ma ancora contra la natura delle cose presummono d'opporre il senno loro; della quale presunzione già grandissimi mali sono avvenuti e alcun bene non se ne vide giammai. E per ciò che tra l'altre naturali cose quella che meno riceve consiglio o operazione in contrario è amore, la cui natura è tale che piú tosto per sé medesimo consumar si può che per avvedimento alcuno tor via, m'è venuto nello animo di narrarvi una novella d'una donna la quale, mentre che ella cercò d'esser piú savia che a lei non si apparteneva e che non era e ancora che non sosteneva la cosa in che studiava mostrare il senno suo, credendo dello innamorato cuore trarre amore, il quale forse v'avevano messo le stelle, pervenne a cacciare ad una ora amore e l'anima del corpo al figliuolo. (3-4)

In tal frangente, Neifile spiega perché non sia possibile creare degli ostacoli all'amore: per sua intrinseca natura, infatti, amore "è tale che piú tosto per sé medesimo consumar si può che per avvedimento alcuno tor via." Per questo motivo, nel De mulieribus, l'autore consiglia di tollerare tale sentimento con pazienza (patienti animo tolleranda est): l'amore se ostacolato si ingrandisce, se abbandonato a se stesso si spegne autonomamente.

La madre di Gerolamo, insieme ai genitori di Piramo, è quindi un altro esempio di genitore disgraziato, ignara causa della morte del proprio stesso figlio, per aver cercato di estirpare le fiamme amorose dal suo cuore.

L'inizio della tragedia nell'ottava novella della quarta giornata, quella di Girolamo e Salvestra appunto, com'è noto alla critica, trova le sue origini proprio nella favola classica ovidiana di Piramo e Tisbe, la stessa riportata poi con riprese letterali nel De mulieribus claris.4

Ai fini di un'analisi intertestuale più coerente, si mettano ora a confronto i testi in questione, partendo dalle Metamorfosi di Ovidio (i corsivi, d'ora in avanti, sono miei):

Pyramus et Thisbe, iuvenum pulcherrimus alter,
Altera, quas Oriens habuit praelata puellis,
Contiguas tenuere domos, ubi dicitur altam
coctilibus muris cinxisse Semiramis urbis.
Notitiam primosque gradus vicinia fecit:
Tempore crevit amor.
Taede quoque iure coissent,
Sed vetuere parentes; quod non potuere vetare,
Ex aequo captis ardebant mentibus ambo.
           (Met. IV.55-62)
Piramo e Tisbe, lui il più bello di tutti i giovani, lei la più splendida di tutte le fanciulle che mai l'Oriente abbia avuto, abitavano in due case contigue, laggiù dove si dice che Semiramide cinse di mura di mattoni la sua grande città. Fu grazie alla vicinanza che si conobbero e che la loro amicizia fece i primi passi. Col tempo, crebbe l'amore, e si sarebbero uniti in legittime nozze, se non fosse che i padri lo proibirono. Ma una cosa non poterono proibire: che fossero perdutamente infatuati l'uno dell'altro.

I passi più importanti per il contesto della novella boccacciana sono rappresentati nel testo ovidiano da: "contiguas tenuere domos" e "notitiam primosque gradus vicinia fecit: / tempore crevit amor." Questi ultimi sono ampliati dalla capacità narrativa di messer Giovanni nella novella di Girolamo e Salvestra:

Il fanciullo, crescendo co' fanciulli degli altri suoi vicini, più che con alcuno altro della contrada, con una fanciulla del tempo suo, figliuola d'un sarto, si demesticò; e venendo più crescendo con l'età, l'usanza si convertì in amore tanto sì fiero, che Girolamo non sentiva ben se non tanto quanto costei vedeva: e certo ella non amava men lui che da lui amata fosse." (Dec. IV.8.6, corsivi miei)

Come nota Valter Puccetti, che in un articolo apparso in Studi sul Boccaccio ha studiato a fondo la novella di Girolamo e Silvestra, "i presagi amorosi dei fanciulli babilonesi in Ovidio ('notitiam primosque gradus vicinia fecit,' Met. IV.59) prendono, nella IV.8, la sostanza 'rionale,' come è stato detto dal più sensibile e partecipe lettore di questa novella,5 di una consuetudine di giochi tra il figlio di un ricco mercante e la figlia di un sarto" (88).

Nel De mulieribus claris, il capitolo di Tisbe "è naturalmente tratto, con riprese perfino letterali, dal noto episodio di Ovidio, Metamorfosi (IV.55-62)" (De mul., Zaccaria 493 n1). Tuttavia, sembrerebbe quasi che tale capitolo, quello di Tisbe, non possa sussistere senza l'intervento della prosa decameroniana. Infatti esistono, nel testo latino della biografia XIII, degli spunti estranei alla fonte ovidiana. Ma si vedano i primi tre paragrafi del testo, facendo particolare attenzione ai corsivi aggiunti:

[1] Tisbes, babilonia virgo, infelicis amoris exitu magis quam opere alio inter mortales celebris facta est. Huius etsi non a maioribus nostris qui parentes fuerint habuerimus, intra tamen Babiloniam habuisse cum Pyramo, etatis suo puero, contiguas domos, satis creditum est. [2] Quorum cum esset iure convicinii quasi convictus assiduos et inde eis adhuc pueris puerilis affectio, egit iniqua sors ut, crescentibus annis, cum ambo formosissimi essent, puerilis amor in maximum augeretur incendium illudque inter se, nutibus saltem, aperirent aliquando, iam in puberem propinquantes etatem. [3] Sane, cum iam grandiuscula fieret Tisbes, a parentibus in futuros hymeneos domi detineri cepta est. Quod cum egerrime ferrent ambo quererentque solliciti qua via possent saltem aliquando colloqui, nulli adhuc visam comunis parietis invenere in seposito rimulam; ad quam dum clam convenisset sepius te, consuetudine paululum colloquendo, pariete etiam obice, quo minus erubescebant, ampliassent exprimendi affectiones suas licentiam, sepe suspiria lacrimas fervores dedideria et passiones omnes aperiebant vias, non nunquam etiam orare invicem pacem animorum amplexus et oscula, pietatem fidem dilectionemque perpetuam.

Tisbe, vergine babilonese, divenne celebre tra gli uomini più per la fine del suo amore infelice che per qualche altra impresa. Non sappiamo dagli autori antichi il nome dei suoi genitori; ma è fama ch'ella abitasse in una casa vicina a quella del suo coetaneo Piramo in Babilonia. La convivenza, quasi continua, per la vicinanza delle abitazioni, li portò, ancora fanciulli, ad un affetto puerile; ma col passar degli anni, essendo entrambi bellissimi, per loro triste destino quell'affetto si trasformò in potente ardore. Talora, almeno a cenni, essi se lo manifestavano, mentre già stavano avvicinandosi alla pubertà. Quando Tisbe fu grandicella, i genitori cominciarono a tenerla in casa, coll'intenzione di maritarla. Entrambi i giovinetti mal sopportarono questa reclusione e cercavano il modo almeno di parlarsi. Così trovarono una fessura da nessuno ancor vista nella parete comune tra le due case, in una parte nascosta. Spesso furtivamente le si avvicinavano e si parlavano alquanto attraverso la parete divisoria e, senza vergogna, accentuavano le espressioni affettuose, spesso anche dando libero sfogo a sospiri e lagrime, desideri ardenti e passioni; e talora si chiedevano a vicenda, per dar pace all'animo, abbracci e baci, pietà, fedeltà ed eterno amore. (De mul. XIII.1-3)

Rilevanti sembrano essere il primo e il secondo paragrafo in cui, se "contigua domos" è senz'altro una ripresa letterale dalle Metamorfosi, le parole "etatis suo puero" rispondono invece ad una qualificazione decameroniana. Il testo ovidiano, infatti, non dice nulla sull'età dei giovinetti - anche se il lettore può agevolmente desumere che, essendo Tisbe e Piramo cresciuti insieme, essi avranno più o meno la stessa età. Nella biografia di Tisbe, invece, Boccaccio riempie questo vuoto esplicitando il fatto che i due fanciulli sono in realtà coetanei, riprendendo il testo del Decameron, dove Girolamo si innamora di "una fanciulla del suo tempo."

Nella biografia latina sembrerebbe, inoltre, che Boccaccio voglia esprimere l'assiduità della loro convivenza a causa della loro vicinanza, che diventa la causa prima dell'amore tra Tisbe e Piramo ("Quorum cum esset iure convicinii quasi convictus assiduus"). Si crea, così, un'altra novità rispetto al testo ovidiano, ma non estranea al Decameron, che sottolinea proprio la "dimestichezza" dei due giovani ragazzi ("Il fanciullo crescendo co' fanciulli degli altri suoi vicini, più che con alcuno altro della contrada con una fanciulla del tempo suo, figliuola d'un sarto, si demesticò"). Ancora, se nelle Metamorfosi il concetto del passare del tempo è espresso con "Tempore crevit amor," quindi un tempo astratto ma agente, nel De mulieribus, messer Giovanni utilizza l'ablativo assoluto "crescentibus annis," più simile al "più crescendo con l'età" di Girolamo, dando l'impressione concreta del passare del tempo, lento, anno dopo anno.

Anche da un punto di vista sintattico i paragrafi si somigliano: l'azione principale, ovvero il nascere dell'amore di Tisbe e Piramo, è lasciata sospesa rispettivamente da due subordinate causali — espresse da cum + congiuntivo nel testo latino e da due gerundi in quello volgare — fino alla chiusura di periodo.

Da quanto si è detto finora, sembrerebbe che la composizione del capitolo su Tisbe del De mulieribus passi attraverso l'esperienza narrativa della novella IV.8 del Decameron: in sintesi, la fonte ovidiana è sì l'origine prima della biografia dell'eroina babilonese, nell'opera sulle donne del Certaldese, ma essa non è più attinta direttamente alla sorgente, bensì successivamente, dopo che essa è stata 'contaminata' dai testi volgari dello stesso messer Giovanni. Sembrerebbe, pertanto, che nel comporre alcune vite femminili, aventi come testo di riferimento un testo già utilizzato per stilare anche alcune novelle del Decameron, Boccaccio faccia ricorso a stilemi linguistici connessi, in modo inestricabile, sia al testo latino che alle novelle. Questi addentellati decameroniani sembrerebbero essere la prova di come (nella mente dell'autore) una data fonte classica si fosse inscindibilmente fusa con una data novella: riutilizzando quel sottotesto letterario si riattiva anche quella novella, che entra in tal modo a far parte della biografia muliebre.

Si spera che quest'analisi possa aver convinto non solo della vicinanza del testo decameroniano al De mulieribus, ma anche di quella capacità affabulatoria che il Boccaccio esibisce pure nei testi latini. Nel De mulieribus claris, è ben visibile la volontà narrativa dell'autore di spiegare non solo le cause oggettive della nascita dell'amore tra Piramo e Tisbe, ovvero la vicinanza delle loro case (di stampo ovidiano), ma soprattutto le cause psicologiche, cioè l'assiduità della frequentazione dei due giovani sin da giovinetti, assente nelle Metamorfosi. In questa prospettiva, l'opera latina sulle donne illustri è davvero "quel fiore di racconti piacevoli, un'antologia di materiali poetici desunti dalle letterature antiche" (358), nella definizione di Natalino Sapegno.

Il caso di Tisbe e Piramo, in relazione con la novella di Gerolamo e Salvestra, è solo uno dei tanti esempi di intertestualità tra Decameron e De mulieribus claris. Basti rammentare, in questa sede, il notorio e straordinario esempio di De Paulina romana femina (XCI), che riprende da vicino la novella della veneziana Lisetta da Ca' Quirino (IV.2)6; o ancora il capitolo dedicato a Lucrezia (XLVIII) che possiede gli stessi preamboli introduttivi della novella di Madonna Zinevra (II.9).7

Lo studio delle interconnessioni tra il De mulieribus e il Decameron può essere la prova di come l'opera boccacciana vada considerata come un unicum e, soprattutto, di come l'esperienza decameroniana non venga mai messa da parte dell'autore (come dimostra anche la stesura finale del 1370 nell'Hamilton 90), ma che anzi influenzi tutte le opere a venire, comprese quelle latine. Si tratta innanzitutto di una dimensione intertestuale riscontrabile, come si è cercato di dimostrare, negli stilemi narrativi che vengono trasferiti nel De mulieribus claris.

Si vorrebbe terminare questo breve studio con l'auspicio che la critica boccacciana possa iniziare a rivalutare le opere latine del Certaldese, come testi non solo eruditi ma anche narrativi; e, nello stesso tempo, che possa cominciare a rivedere quell'immagine manichea e semplicistica di un Boccaccio giovane ed uno maturo, di un Boccaccio volgare e uno latino, quando, riprendendo le parole dell'Hortis, "egli è sempre lui!"


1 Tutte le citazioni del De mulieribus claris sono tratte dall'edizione Mondadori, curata e tradotta da Vittorio Zaccaria. Per le citazioni dal Decameron si fa invece riferimento alla sesta edizione Einaudi, a cura di Vittore Branca, riveduta, corretta ed aggiornata nelle bibliografie al 1991.   [back]

2 "Exstimans harum facinora non minus mulieribus quam viris etiam placitura; que cum, ut plurimum, hystoriarum ignare sint, sermone prolixiori indigent et letantur" (De mul., Proemio 8). ("Io sono infatti del parere che le azioni femminili potranno piacere non meno alle donne che agli uomini. E le donne, il più delle volte, sono ignoranti di storia ed hanno perciò bisogno — e si allietano — di più lungo discorso").   [back]

3 Nell'Amorosa visione è riportata lungo le terzine la sfortunata storia di Tisbe e Piramo (XX.43-88), seguita da un commento rivolto idealmente ai loro genitori: "Or miri adunque il presente accidente / qualunque è que' che vuol legge ad amore / impor, forse per forza, strettamente. / Quivi credo vedrà che 'l suo furore / è da temprar con consiglio discreto, / a chi ne vuole aver fine migliore. / Vivean di questo i padri, ciascun lieto / di bel figliuolo: e perché contro a voglia / gli strinser, n'ebbe doloroso fleto. / E così spesse volte altri si spoglia / di ciò che e' si crede rivestire / e poi convien che sanza poi si doglia" (XXI.1-12). Nel Filocolo, invece, il re, saputo dai precettori che il figlio Florio si è innamorato della serva Biancifiore, dopo esser stato consigliato dalla regina sul da farsi, decide di allontanare il principe dall'amata, mandandolo a studiare a Montoro, famoso luogo di studio (II.6-9). Ma tale decisione, ovvero quello di separare i giovani amanti, nel Filocolo è apostrofata dall'io-narrante con riferimenti letterari proprio alla morte di Piramo e Tisbe: "Per quale altra cagione diventò il gelso vermiglio, se per l'ardente fiamma costretta, la quale prese più forza ne' due amanti costretti di non vedersi?" (II.9.4). La favola di Tisbe e Piramo è anche citata nel Teseida (VII.62), nella Comedia delle ninfe fiorentine (XXVI.36) e ampiamente nell'Elegia di madonna Fiammetta, in cui la tragica storia d'amore è rievocata dalla protagonista con compassionevole empatia. L'influenza della favola nell'opera boccacciana è stata osservata già da Vittore Branca (216-17).   [back]

4 È risaputo che la favola di Tisbe e Piramo è fonte della novella di Girolamo e Salvestra. Alcuni studiosi hanno già messo in relazione tale novella decameroniana con la favola di origine classica offerta dal De mulieribus claris: si vedano a tal proposito Valter Puccetti, Anna Cerbo (1980) e Paola Ganio Vecchiolino (668-77). Stephen Kolsky ha analizzato la biografia di Tisbe come spunto per mettere in relazione i concetti di storia e poesia, nell'opera delle biografie delle donne famose (33-37).   [back]

5 L'aggettivo "rionale," per definire l'amorosa amicizia nata tra Gerolamo e Salvestra, è stato utilizzato la prima volta da Raffaello Ramat (73).   [back]

6 Per uno studio dei rapporti analogici tra De mulieribus, De casibus virorum illustrium e Genealogia deorum si veda Vittorio Zaccaria, il quale attribuisce a queste opere latine una capacità narrativa non meno avvincente di quella delle sue opere volgari: "Le tre opere latine in prosa del B. non si possono dunque ridurre al livello di scritti eruditi, in cui sono raccolte ed elaborate fonti classiche e medievali, ma devono anche essere considerate come espressioni di genio narrativo mai venuto meno nel B.: che rimane, in questo senso, il vero principe della prosa narrativa della letteratura italiana" (31). Poi, un'analisi dettagliata delle tecniche narrative adoperate da Boccaccio nel De Paulina è stata fatta da Douglas Radcliff-Umstead, Anna Cerbo (1981) e successivamente da Paola Ganio Vecchilino (655-68). Entrambe le ultime due studiose, appena citate, evidenziano mirabilmente il carattere prettamente affabulatorio della biografia di Paolina, collegandola inoltre strettamente al personaggio decameroniano di Lisetta da Ca' Quirino.   [back]

7 Si tratta dell'accesa discussione, nata tra i mercanti italiani in un albergo di Parigi durante un dopocena circa le virtù delle loro mogli, che innesca la scommessa tra Bernabò Lomellin da Genova e Ambrogiuolo da Piacenza sulla castità di Madonna Zinevra (II.9.4-23). L'episodio trova la sua base nell'episodio liviano, in cui i figli di Tarquinio, proprio durante un dopocena, lasciano cadere il discorso sulle rispettive consorti (Ab urbe condita I.57.6). Le analogie tra i tre testi — De mulieribus, Decameron e Ab urbe condita — sono state rilevate nell'edizione Mondadori delle Esposizioni sopra la Comedìa curata da Giorgio Padoan (837 n285) e del De casibus virorum illustrium curata da Pier Giorgio Ricci e Vittorio Zaccaria (941 n10); recentemente, Giuseppe Velli ne ha offerto un'analisi in dettaglio (233-35). Inoltre, Anna Cerbo ha studiato le tecniche narrative della biografia boccacciana su Lucrezia arrivando a dire che "il Boccaccio tocca in Lucrezia l'apice narrativo del De mulieribus" (1980, 345).   [back]

bibliografia

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elsa filosa

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<http://www.heliotropia.org/03-0102/filosa.shtml>