§ 1. Preambolo1

1. Ho letto, molto venerabili Padri,2 nelle fonti degli Arabi3 che Abdalla Saraceno4 interrogato su che cosa, in questa sorta di scena del mondo, scorgesse di sommamente mirabile, rispose che non scorgeva nulla di più mirabile dell'uomo.

2. Con questo detto concorda quello di Mercurio: «Grande miracolo, o Asclepio, è l'uomo»5.

§ 2. Insufficienza delle motivazioni correnti circa la superiorità umana

3. A me che pensavo al senso di queste affermazioni non erano sufficienti le molte cose che da molti sono addotte circa l'eccellenza della natura umana6: che l'uomo è principio di comunicazione tra le creature, familiare alle superiori, sovrano sulle inferiori; per la perspicacia dei sensi, per l'indagine razionale e per il lume dell'intelligenza interprete della natura7; interstizio tra la fissità dell'eterno e il flusso del tempo e (come dicono i persiani)8 copula, anzi imeneo del mondo, rispetto agli angeli (ne dà testimonianza Davide)9 solo un poco inferiore.

§ 3. La scoperta finale

4. Cose grandi queste, ma non le principali, tali cioè da consentirgli di rivendicare a buon diritto il privilegio della somma ammirazione.

5. Perché infatti non ammirare di più gli stessi angeli e i beatissimo cori del cielo?

6. Alla fine è sembrato di aver capito perché l'uomo sia tra gli esseri viventi il più felice e quindi il più degno di ammirazione, e quale sia alfine, nella concatenazione del tutto, la condizione che egli ha avuto in sorte, che non solo i bruti, ma anche gli astri, ma anche le intelligenze ultraterrene gli invidiano10.

7. Cosa incredibile e mirabile!

8. E come altrimenti? Giacché è a causa di quella propriamente l'uomo è detto e stimato un grande miracolo e un meraviglioso essere animato.

9. Ma quale sia udite, Padri e con orecchio benigno, conforme alla vostra umanità, siate indulgenti verso questa mia opera.

§ 4. Il racconto della creazione

10. Già il sommo Padre, Dio architetto aveva foggiato questa dimora del mondo, che noi vediamo, il tempio augustissimo della divinità, secondo le leggi della sapienza arcana.

11. Aveva ornato con le intelligenze la regione iperurania; aveva animato i globi eterei di anime eterne; aveva riempito le parti escrementizie e sozze del mondo inferiore con turba di animali di ogni specie.

12. Ma, compiuta l'opera, l'artefice desiderava che vi fosse qualcuno che sapesse apprezzare il significato di tanto lavoro, che ne sapesse amare la bellezza, ammirarne la grandezza11.

13. Perciò, terminata ogni cosa, come attestano Mosè e Timeo, pensò alla fine di produrre l'uomo12.

14. Ma tra gli archetipi non c'era di che dar formare la nuova progenie, non c'era nei tesori qualcosa a elargire in eredità al figlio, non c'era tra i seggi di tutto il mondo dove potesse sedere il contemplatore dell'universo.

15. Tutto era ormai pieno; tutto era stato distribuito tra gli ordini, sommi, medi, infimi.

16. Ma sarebbe stato tuttavia indegno della potestà paterna venir meno in quest'ultimo parto, quais fosse incapace di generare; indegno della sapienza,ondeggiare per mancanza di consiglio in un'opera necessaria; indegno dell'amore benefico che colui che avrebbe lodato negli altri la divina liberalità fosse indotto a condannarla a suo riguardo.

§ 5. Il discorso di Dio all'uomo

17. Stabilì infine l'attimo artefice che a colui cui non si poteva dare nulla di proprio fosse comune quanto apparteneva ai singoli13.

18. Prese perciò l'uomo, opera dall'immagine non definita14, e postolo nel mezzo del mondo15 così gli parlò: «Non ti abbiamo dato, o Adamo, una dimora certa, né un sembiante proprio, né una prerogativa peculiare affinché avessi e possedessi come desideri e come senti la dimora, il sembiante, le prerogative che tu da te stesso avrai scelto.

19.La natura agli altri esseri, una volta definita, è costretta entro le leggi da noi dettate.

20. Nel tuo caso sarai tu, non costretto da alcuna limitazione, secondo il tuo arbitrio, nella cui mano ti ho posto, a decidere su di essa.

21. Ti ho posto in mezzo al mondo, perché di qui potessi più facilmente guardare attorno a quanto è nel mondo.

22. Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale16, perché come libero, straordinario17plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che avrai preferito.

23. Potrai degenerare nei esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini».